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sabato 16 luglio 2016

Se 'un ènno matti, 'un ci si vogliano! (Collana: "Re" matto) - 1° racconto

Sono arrivato a casa dopo la solita giornata dura e con i soliti quasi duecento chilometri giornalieri sul groppone. Ho appena il tempo di parcheggiare la macchina, scendere e scaricare le mie tre valigette: quella degli attrezzi, un'altra dove tengo i documenti indispensabili e, l'ultima, che uso per la maggiore, dove c'è tutto il materiale dimostrativo che mi è necessario per esercitare la mia umile attività. Scendo dall'auto, sbatto per tre volte lo sportello di guida che non vuole mai chiudersi perché l'auto ha quasi vent'anni e non vede un carrozziere da oltre dieci, di anni. Inserisco la chiave nella serratura dello sportello per chiuderla. Non uso il pulsante centralizzato automatico posto sulla chiave perché da almeno cinque anni non funziona più. Con quello che costa una nuova chiave posso farci la spesa familiare per almeno due settimane. Perciò me ne guardo bene di sostituire la chiave stessa. Faccio per girare il medesimo utensile nel senso che mi permetterebbe di chiudere lo sportello dell'auto ma mi fermo. Tolgo la chiave e me ne vado lasciando la mia carretta a quattro ruote aperta e dicendo a voce alta, a me stesso, perché intorno non c'è nessuno: "Chi vòi che te la porti via! Vecchia 'om'è! Tutt'ar più, aperta, ci sta che domattina tu ci trovi drento, appoggiati 'n sur sedile, cinquanta euri per tenettela, la tu' macchina! Cotesta 'ostì, tutta 'òcci e bùi, 'un te la rubberebbeno nemmeno a pagalli, e' ladri!"

Per la prima volta in vita mia lascio la macchina aperta, arrivo alla porta di casa, infilo la chiave nella toppa girandola dalla parte opposta a quella che abitualmente giro per poter entrare. La porta non si apre. Riprovo girando la chiave sempre alla maniera di prima. La porta continua a non aprirsi. Suono il campanello e dopo poco la porta si apre. Semplicemente perché in casa c'è qualcuno che mi sta aprendo. Ma in testa mi frulla un mulinello che mi ripete all'infinito che la porta s'è aperta lo stesso senza che avessi usato la chiave. Per entrare in casa mia posso non usare la chiave. Cioè posso suonare il campanello. Se la porta si apre significa che c'è in casa qualcuno della mia famiglia che può aprirmi. Se la porta non si apre ho ancora due possibilità: una è quella di aspettare che arrivi qualcuno, l'altra , quella più scomoda, è di passare dalla finestra. In entrambi i casi posso entrare in casa senza usare la chiave. Eppure, alla stessa maniera, entro sempre in casa di un amico o di un conoscente, usando solo il campanello. Certo, in questo caso, se entrassi dalla finestra passerei per essere scambiato per un ladro. In casa mia posso entrare dalla finestra senza essere scambiato per un ladro ma, in casa di qualcun altro, l'entrare dalla finestra implica subito l'associazione all'essere un malintenzionato. Perché? Un amico o un vicino di casa non potrebbe essere contento di vedermi entrare in casa propria dalla finestra, come un gatto?

Con tutte queste po' po' di seghe mentali cerco solo di focalizzare che molte cose che usiamo e che ci battiamo per usarle, preservarle e conservarle, effettivamente non ci servono. Dal momento che personalmente posso lasciare l'auto aperta senza rischiare che me la rubino e posso entrare in qualsiasi casa, mia o di qualcun altro, senza disporre delle chiavi. Mi si è illuminato il pensiero. Cioè ho visto un'altra possibilità di fare e vivere le cose. Ho guardato da un'angolazione diversa. Mi sono detto: "O a che mi sèrveno tutti l'ammendìoli di 'uesto mondo e' qui? O che mi ci voglian tutti per davvero? No! Macché! Per davvero, 'un ci vòle nemmeno 'r vino per fa' l'aceto!"

"Così è (se vi pare)" fu il titolo che dedicò a una sua commedia, lo scrittore a me caro, Luigi Pirandello. Tutto è relativismo ontologico. "Si fa quer che si pòle e si fa quer che voglian quell'antri", dico io, nel mio idioma pisano. Soprattutto facciamo quello che vogliono gli altri. Chi sono questi "altri"? Sono tutti coloro che riescono a manovrare i fili dall'alto senza farsi vedere. Nessun burattino Pinocchio potrà uscire fuori dal suo circo senza essere manovrato. A meno che Pinocchio non diventi un bimbo vero. Allora potrà crescere, pensare, agire, costruire e, anche lui, da adulto potrà manovrare i suoi burattini. Tutto ciò è razionale e, quindi, normale.
Non si è mai sentito dire da nessuno, a parte che dal nostro buon toscano Carlo Lorenzini, in arte "Collodi", che un pezzo di legno, una volta divenuto burattino per mano di Geppetto, abbia la facoltà di scegliere di non andare scuola, di trasgredire ogni ordine, di credere che i soldi possano essere seminati nel campo dei miracoli e possano crescere e moltiplicarsi semplicemente innaffiandoli. Ma si sente definire spesso, riferendoci a qualcuno fuori dalla normalità, che quella tal persona è pazza. Spesso anche solo perché fa qualcosa di diverso dalla massa. Perché non ha regole di vita ed è fuori dalla normalità generale. Quindi, un individuo con un comportamento non "normale" genera un effetto che fa perdere il riferimento a chi si trova, per sua scelta o, senza rendersene apparentemente conto, nello standard comune dell'essere sano di mente. Mentre colui, non normale,  che ha generato tale insofferenza in tutti coloro che sono nella "norma", non si sente assolutamente anormale. Anzi, si sente un leone, il "Re" della situazione! Si chiede pure, dopo aver interpretato a suo modo molte cose, che cosa ci fa, lui stesso, da solo, fra una stragrande quantità di pazzi!
Quest'ultimo è il punto che innesca l'isolamento del nostro "Re Stesso" che  non desidera più  stare in simbiosi con la società esterna costituita solo da esseri razionali.

A volte però accade, che per una serie di circostanze fortuite (qualcuno di nome Jung,  che ci si trovò per primo a pensarle e a analizzarle, definì non casuali ma "acasuali"), ti inizino a  frullare in testa stringhe lunghissime di pensieri che, senza capire come, fanno innescare qualche scarica neuronale che riesce, in un lampo, a illuminare ogni viottolo oscurato dalle tenebre del non riuscire a vedere ciò che invece è ben evidente ai nostri occhi. A questo punto inizia la convivenza dell'illuminato (il non normale) con la massa dei razionali. Cioè con quelli che si spiegano ogni cosa, che sanno tutto quello che accadrà domani, che programmano tutte le loro cose già per il prossimo anno e sanno pure in quale ospizio passeranno la loro vecchiaia e con quali dei loro soldi si pagheranno l'ultimo viaggio di non ritorno. In particolar modo chi, razionalmente, si dichiara ateo o agnostico. Coloro che si meraviglieranno, che si indigneranno, che non crederanno, pur vedendo con i loro occhi le immagini che scorrono nel loro "bussolo" tecnologico, ben piazzato su un finto altare, in sala da pranzo o in soggiorno. Vedranno e non crederanno finché non saranno loro stessi i protagonisti di quello scempio. E allora qualcuno di loro, forse, se gli sarà possibile, se potrà averne il tempo, si ricorderà che in un passo della Bibbia c'è scritto di non dare perle ai porci, al posto delle ghiande. Perché i porci, non sentendole commestibili per loro stessi, potrebbero rivoltarsi e sbranare chi ha dato loro quel cibo prezioso che non è adatto a riempire la pancia di chi non è in grado di riconoscerne il valore.



O che vi posso di'! O che vi poss' arraccontà! Chi volete che lo stia a sentì 'n matto! E quando 'r matto si rimescola 'on quelli che 'un paian matti ma ènno più matti di lui lì, è vicina la fine der mondo! Perché ònni matto sano piglia 'r mondo 'ome viene, monta 'n sur carcionculo e 'ncomincia a girà contento. Tanto, chi volete che lo stia a sentì un matto? 'N matto pòle pregà 'r su' Credo perché è matto e se 'un è matto der tutto lo fa perché è rimasto ner Medioevo! 'N matto pòle di' tutto 'uello 'he pensa: tanto è matto! 'N matto pòle sta' sempre zitto senza di' nulla a nissuni: è matto! 'N matto pòle anco scrive' quarsiasi 'osa bòna o cattiva senza fa' danno a nimo: tanto è matto!
Tutto pòle fa' 'r matto, 'n der mentre e' sani, quelli normali, quelli difesi da tutti e' più matti di 'uelli ch'ènno matti 'n po' po' o tanto, possano stiaccià cento persone cor un camio! Fanne morì tanta, di gente, per avé sbagliato a fa' corre' du' treni 'n sur solito binario! Possano sparà all'omeni, alle donne e a bimbetti 'ome se fusseno filunghelli! Pròpio 'n der mentre, 'ui, si vòle fa' chiude' la 'accia, si difende 'r cane e 'r gatto e  'un si mangia più la ciccia perché e' vegani ci voglian fa' doventà beschie da erba e da rape...

O gente! Ma se 'un ènno matti, è pròpio vero! 'Un ci si vogliano!

E l'angiolino è lì che piange. Perché anco a lu', 'un ci 'rede più nissuni. A parte 'uarche "Re", matto!


TC


mercoledì 13 luglio 2016

Eppure... son nato mezzadro.



Mi sento 'n leone! Utimamente, doppo cinquanta'uattranni, hó capito 'ome funziona 'r mondo! E' gira da sé! Un gran carcionculo(*1) che gira sempre 'n su sé stesso! Evvaiii!!! Son fruido 'ome l'acqua che vien giù dar vallino(*2). Brutto di fòri ma bello di drento!

(*1): giostra del lunapark

(*2): torrente di montagna


Nato mezzadro, ho combattuto per anni cercando la possibilità di migliorare la mia posizione economica e sociale. Ogni volta che ho quasi raggiunto un traguardo per me e per la mia famiglia, la meta si è  sempre allontanata repentinamente. Dopo l'ultimo intervento chirurgico di quasi un anno fa mi sono arreso.  Vivo alla giornata, non faccio programmi, seguendo ogni giorno l'andamento del fiume che scorre.  Come è accaduto stamani, non mi meraviglio più. Sono partito per fare una cosa e, invece, ne ho dovuto fare molte altre, a eccezione di quella che avrei voluto fare. Quando quasi a mezzogiorno stavo per fare quella cosa e l'avrei fatta veramente, ho bucato una gomma dell'auto... E anche stamani l'appuntamento è saltato. Incredibile: dalle 8,30 alle 13,00 non c'è stata alcuna possibilità! Ma non mi ci arrabbio più. Se un giorno potrò, scriverò e racconterò questi buffi eventi. Tutto sommato, nella loro, talvolta piccola o talvolta grande, tragicità, sono anche divertenti. Se a questo punto emergerò significherà che era necessario arrivare al punto di apprendere tutto questo. Sennò vuol dire che devo rimanere così. Con le scarpe e i vestiti di seconda o terza mano, l'auto scassata, tanti debiti diluiti nel tempo, gli indurimenti muscolari delle mie zone dell'addome tagliate dal bisturi e ricucite, insieme a  tutti gli eventi accaduti: incomprensibili alla mia piccola mente. L'esito finale locale risulta essere sempre una mezza soluzione. Come la "mezzadria".  Non si è né padroni e né servi, né sani e né malati, né pesce e né carne: solo una via di mezzo con poco senso e poca sostanza ma dentro un immenso contenitore dove tutte le cose di questo mondo terreno diventano infinitesime di fronte alla grandezza dell'umiltà e del sentimento umano, quello vero, quello sincero che non chiede niente in cambio. Oggi sono felice e lo sarò anche domani, dopodomani e, credo, sempre. Mi ci sono voluti quasi cinquantaquattro anni per capirlo... Meglio tardi che mai! Eppure, non per niente, son nato mezzadro. Ma gli eventi si comprendono con fatica e solo dopo averli vissuti per lungo tempo. Solo così il nocciolo della questione, penetrando a fondo nella carne lacerata, attraverso il dolore, riesce ad avviare quel processo che purifica la nostra breve esistenza terrena. Il punto di arrivo, come sosteneva il grande Pirandello, è quello di girare verso la chiusura la chiave della ragione e aprire quella della pazzia sottile. Quella pazzia che ci aiuta a separarci dal calcolo razionale e dall'esigenza di programmare il nostro futuro, avvicinandoci alla libertà di vivere veramente e di essere felici. Quel tenue filo di sana spensieratezza che non ci fa essere ereditieri del grande "tritatutto".


TC

domenica 19 giugno 2016

Adduralla



C'era 'na vòrta 'n òmo di Treccolli. Per èsse' più precisi, c'era 'na vòrta 'n pastore di Treccolli che quando era ne' su' ulivi a lavoralli o portava le su' pèore a pascolà, 'n quarsiasi posto 'he fusse, 'n monte o 'n piano, onni due per due, urlava a tutta gargana sempre l'istessa 'òsa a questa maniera e' qui: "Addurallaaa! Come faraiii!"
A mattinate e a serate 'ntere: "Addurallaaa! Come faraiii!". Ma 'un era ammattito, era uno normale, come tutti noiartri.

Allòra. Dovete sapé che Adduralla, che ci aveva 'n nome e 'n cognome 'ome tutte le persone di 'uesto mondo, viènse soprannominato a quer modo e' lì perché, lo 'apisce anco 'n bischero, urlava sempre, a 'uattro vènti, 'uelle tre parole che s'è ditto prima. Ma 'r perché urlasse sempre quer trittì'o, era perché, per lui lì, quer che ni successe, fu 'na 'òsa che 'un ni fece più capì nulla da la maraviglia. Fu così che ni s'abbaglió 'r lume da l'occhi e ni si sciòrse la favella da 'un poté più smette' di di' quella 'òsa e' lì. (E questa 'un è 'na storia 'nventata, come tante di 'uelle che scrivo, ma è vera! Più vera di 'osì, si pòle anco morì, 'un ce n'è! A me me l'ha arraccontata, 'na vòrta sola, ir Gòccio quand'ero bimbetto e posso esséne certo che quello che diceva 'r Gòccio era sempre vero. Perché 'r Gòccio mi diceva sempre che le 'òse van raccontate com'ènno state e che le bugie han sempre le gambe 'orte e 'r naso parecchio lungo 'ome quello di Pinocchio. E a me, Pinocchio, me lo lesse tutto, di cima a fondo e per la prima vòrta, pròpio 'r Goccio, prima che 'mparassi a lègge'. Poi, Pinocchio, lo rilessi tutto per conto mio a sett'anni. Quando 'ncominciai a capì quer che leggevo. E 'un me li sono più scordati. Né Pinocchio e né 'r Gòccio. Ne la storia che è qui ar seguito, ci sta che ci sia quarche 'mperfezione perché quando 'r Gòccio, già parecchio 'n età, me l'arraccontó ero 'n rantacchietto. Sicché ènno passati parecchi'anni...)

Ma è meglio 'ncomincià dar princìpio. Da Brezza, 'r figliòlo d'Adduralla e da la moglie Gemmina. Che faceva le riottine piccine piccine, tanto piccine piccine com'era piccina piccina le'. 
Brezza era figliòlo d'Adduralla ma 'un era figliòlo di Gemmina. Pòo doppo che Brezza vidde 'r lume der sole, ne la lenza de l'orto, 'n tra la brezza fresca fresca de la mattinata, Adduralla restó vedovo. Quello, per l'òmo, fu' 'r primo 'órpo. 'R seondo 'órpo ni toccó quando s'accorse subito che Brezza, 'n der mentre 'he cresceva, tanto 'ntero, 'un vieniva su. E' tempi eran quelli der dopo l'utima guerra e, di guadagni, 'n su poderi, ce n'eran pò'i o punti. Gemmina apparì per caso da la lucchesia. Aveva scavarcato 'r monte d'inverno, a piedi scarzi, per vienì a fa' òpra a Treccolli 'ome coglitora d'ulive. Fece 'apolino a l'uscio di 'asa, vidde 'n òmo e 'n bimbetto soli ner canto der fòò, 'nuna 'ucina co' muri neri come la pece, da tanto eran affummìati. L'òmo rimestava ner paiolo ch'era sopra e' 'arboni accesi, senza fiamma, di du' ciòcchi d'ulivo. Rimestava ner sieri der latte. Ma 'r cacio 'un s'accagliava. Gemmina guardó 'n po' po' l'òmo e anco 'r bimbetto che ruffolava ner sudicio 'n tra mattoni de la pavimentazione di 'ucina. Si fece avanti ar paiolo, levó 'r mestulo da la mane de l'òmo e cor vérso bòno di 'hi sa come si fan le 'òse, 'n du' òre, fece cacio, riòtta, governó 'r bimbetto e lo rimisse 'n sèsto come fusse rinato per la seonda vòrta. Gemmina 'un sortì più fòri da quella 'asa finacché la su' favella 'un viènse a èsse' spenta da segni der tempo. N'era arriuscito di 'onvince l'òmo a 'ndà a lavorà 'n Francia per poté guadagnà quarccheccosa che ni facesse tirà avanti la baracca, 'nsieme a 'un figliòlo bòno, come quer pane che le' sapeva sfornà fresco, e dorce di chiòrba, come la marmellata di more che, sempre le', sapeva fa' a regola d'arte. (Ve lo posso assiurà ch'era bòna e dorce, perché me la fece sentì più d'una vòrta, la su' marmellata di more! Com'era bòna quella di 'astagne. Che faceva col la su' ricètta lucchese. Oggigiorno, di 'uelle marmellate e' lì, 'un se ne trova più nemmeno a cercalle cor lumicino.).

Ner farettempo, Gemmina, ch'aveva sposato quell'òmo, tiró su bene anco Brezza e 'un ni fece mai mancà niente, anco quando 'r su' marito stètte a lavorà 'n Francia. 

Quando l'òmo tornó a casa, tre anni doppo, aveva racimolato quarche sòrdo. 'Un eran tanti, que' sòrdi, ma sarebbeno bastati per tutte e tre e per campà benino quando 'r podere 'un avesse portato raccòrto. Anco Gemmina era stata brava però. E de le du' pèore e 'n montone ch'aveva lasciato l'òmo prima di partì, le' aveva fatto cresse' n greggetto di peore con tanto d'agnelli ar seguito e aveva anco rinnovato 'r montone co' 'n agnellotto giovane da monta. 

L'òmo si guardó d'intorno, fra tutto 'uer ben diDDio, piglió 'n bastone sòdo, per facci da piede di pòrco, s'inginocchió per la terra, tiró su 'n mattone da la pavimentazione di 'ucina dietro ar canto der fòo, ci scavó 'n bùo sotto col le mane, ci misse drento e' sordi ch'aveva fatto 'n Francia e ritappó 'r bùo cor mattone ch'aveva levato prima. Poi, cor gregge bello fresco ci 'ncomincionno a fa': cacio, riòtte e agnelli da vende' e sòrdi bòni che 'ndavano sempre di più a riempì 'r bùo sotto ar mattone di 'ucina.

Un giorno, che n'era toccato di scavà de l'artro ner bùo per facci più posto, s'arrrizzó e urló: "Addurallaaa!!!" E finì lì, così.

Verso 'r '70, viènse 'n personaggio dar piano e, piano piano, 'ncominció a fa' 'micizia col la famiglia. Era uno 'struito, uno che sapeva le 'òse der mondo. Onni tanto arzava 'n po' po' 'r gomito e si 'mbriàava, ma doppo du' ore la sbornia se l'era belle e sgrullata di dosso e rièra vispo e fresco. A parte 'r vizio der be', era 'n brav'òmo. Un giorno s'accorse der bùo ch'era sotto ar mattone e di 'uer che c'era drento. Arrìunì tutta la famiglia amìa e a tòno di rimprovero disse a tutti che tené que' 'uarini drento a quer bùo era da gente der medioèvo. Gira che ti rigira, convinse tutti a mette' 'r gruzzolotto 'n BòTTe der Tesoro. Quando, a quer tempo, pagavan l'interessi der venti per cento e anco di più, e subito!


E fu così che doppo 'uarch'anno viènse 'r battesimo d'Adduralla. 'N òmo che 'n vita sua 'un aveva mai visto artro che la miseria, 'uni smisse più di di' e urlà a 'uatto venti quer che si voleva di' per sé:


"Addurallaaa! Come faraiii!" (Se un giorno, questo bèr gió'ino, 'ndésse a finì?)

TC

La chiave per comprendere quel folle urlo di gioia e per salutare Brezza, per l'ultima volta.
Ciao, Brezza!

domenica 1 maggio 2016

Quando per andare a Lucca si passava da Tre Colli di Calci...



Da Calci a Lucca passando per Tre Colli...


Quando il barroccio era il solo mezzo per trasportare le cose e la buona gamba l'elemento primario per fare spostare la gente, non si percorreva la strada migliore ma quella più breve. La più adatta alle ruote dei carri, alla resistenza degli animali da traino e anche al passo delle persone.


C'erano vie lastricate, come quella ancora conservata e raffigurata nella foto, (zona: Tre Colli -Vallebuia- S.Lucia) costruite appositamente per facilitare la rotazione delle ruote di legno dei carri. C'erano pure viottoli e sentieri, ancora più brevi, da poter essere percorsi a piedi.


TC - 1 maggio 2016




Ecco, di seguito, una carrellata di foto scattate nel breve percorso di una piccola parte della nostra bella Valgraziosa di Calci!

Da Castelmaggiore, frazione di Calci, si raggiunge  Vallebuia e si prende la via Santa Lucia per Tre Colli...

Un vecchio aldio: canale che serviva a incanalare l'acqua di un torrente (vallino) e convogliarla alla grande ruota a cassetta che alimentava il moto delle sale (insieme di ingranaggi e elementi di trasmissioni del moto per la rotazione delle macine).


La parete di un vecchio mulino che conserva ancora l'impronta dove ruotava la ruota a cassette.

La Verruca di Calci vista da un angolo insolito...

Un tratto della via lastricata ancora conservata...

Particolare della via lastricata...

Altra veduta della Verruca di Calci, da dove veniva estratta la durissima pietra verrucana usata per la costruzione di macine da mulino...

Alcuni asini al pascolo...

Ancora la Verruca da un'altra angolazione...

Il sentiero...

Il proseguire del sentiero...

Uno scorcio di panorama. Sullo sfondo e visibile la Torretta di Caprona...

La località Culminezza di Tre Colli di Calci...

Il torrente Vallino di Bisantola, a Tre Colli...

Cascatella del Vallino di Bisantola...

Da Culminezza verso la Capanna dello Zoppo di Tre Colli...

 La Capanna dello Zoppo...

Il Santuario di Tre Colli con il grande cedro del Libano...

Da Tre Colli si guarda Livorno e il mare...

Una visita al Santuario...

Fine del giro con l'inizio di quella che fu una delle strade del commercio fra la Repubblica di Pisa e lo Stato di Lucca...

L'inizio della vecchia strada per Lucca, nel centro della foto...


Vi aspettiamo a Calci!

VALGRAZIOSA - COMUNE DI CALCI (PI) - CAP: 56011


mercoledì 30 marzo 2016

Si va a rispiarmà 'na balla di 'uarini!






Oggi, anziché un racconto, voglio scrivere un consiglio professionale. Una di quelle "pillole di sapere artigianale" che offro volentieri ai miei lettori che, spesso, e li ringrazio di cuore, sono anche miei utenti. Come già saprete non vivo di scrittura (magari!), ma faccio l'artigiano. Sono un tecnico con oltre trent'anni di esperienza in assistenza tecnica di macchine per stampare: fotocopiatrici e altre apparecchiature similari. I miei clienti sono gli utenti più poveri: le scuole pubbliche e gli insegnanti, le piccole parrocchie e pure le piccole associazioni. Cioè quegli utenti che ogni distribuzione del settore non vuole, proprio perché privi di fondi economici e di garanzie di affidabilità. Spesso neppure la concorrenza li vuole, anzi, se ne hanno, di clienti di questo tipo, me li mandano pure e gratis... Eppure, in tutto questo tempo trascorso insieme, la mia utenza è soddisfatta. I miei studi e i miei sforzi riescono a far lavorare a bassissimo costo chi deve usare le apparecchiature da stampa.

Voglio parlare del sistema di stampa a bolla di inchiostro, più conosciuto per "ink-jet" e bandito da tutti per due motivi: l'alto costo delle cartucce di ricambio e per il fatto che le testine di stampa si otturano con facilità. 

In questi ultimi anni ho valutato a fondo la questione della preferenza della stampa laser/led rispetto all' ink jet e sono arrivato alle seguenti conclusioni.

- Per tutte le piccole aziende, le ditte individuali, i professionisti e gli insegnanti, il sistema laser è oggi tranquillamente sostituibile con l'ink-jet. Perché alcune di queste macchine costano, in acquisto e in mantenimento, un "mucchio meno" (come si dice qui nel pisano!). 


- Non è vero che si seccano le testine. Se si seccano è perché l'apparecchiatura viene lasciata staccata dalla corrente. Oppure viene riposta in un armadio, per mesi e mesi, con le cartucce finite.

- Non è vero che sono lentissime, perché sono molte le apparecchiature ink-jet da 20 pagine al minuto. (Anche le laser più in uso e consumo, al max., si muovono a 18 o 20 pagine al minuto).


- Alcune apparecchiature ink-jet (sono poche ma io le ho scovate!) offrono prestazioni esageratamente convenienti e possono essere inserite anche in un contesto di assistenza tecnica dove, nel servizio, sono inclusi pure gli inchiostri. Esattamente come è uso fare, ormai da decenni, con le apparecchiature a tecnologia laser. 

- Ci sono in commercio, soprattutto sulla rete web, prodotti che gestiscono perfino il formato grande A3 con entrambi i cassetti in macchina. Sia quello di formato A4 che quello di formato A3.

Quindi che cosa ho fatto io? Le ho provate. Ho trovato aziende serie che mi forniscono ottimi inchiostri compatibili e ho imparato a fare il ripristino delle testine. Cioè posso far lavorare a lungo, nel tempo, alcune di queste macchine. Purtroppo non tutte. Esattamente come ho fatto, nel tempo, con alcuni modelli laser/led.


Del sistema ink-jet ho studiato le operatività e, oggi, posso affermare che nessuna apparecchiatura laser può fare quello che faccio fare a una ink-jet. Tutto senza dover spendere un patrimonio per avere, poi, una mezza macchina, come spesso accade con il laser stesso: dove si finisce sempre per scegliere il solo bianco/nero e la stampa tramite USB.  Con l'ink-jet si va in rete in WI-FI, si fa il fronte/retro automatico, si stampa e si fotocopia sia in b/n che a colori, si mandano e si ricevono i fax e si creano velocemente documenti digitali in PDF, JPG e TIFF. 


Le macchine possono essere acquistate a basso costo via web e poi inserite, sotto il mio controllo, in un contesto di assistenza tecnica, dove è possibile mantenere l'efficienza dell'apparecchiatura per diversi anni a seguire, ben oltre il  periodo di garanzia.

Purtroppo c'è il limite locale legato alla tipologia di servizio artigianale. Uno che la pensa come me, che fa funzionare le apparecchiature con i materiali compatibili, è difficile da trovare. Anche la concorrenza, come ho già accennato sopra, mi consiglia di tenermi stretta la mia utenza. Cioè non la vuole proprio! Quindi il mio servizio non è estendibile fuori dalla mia zona pisana-lucchese-livornese. Comunque, la mia clientela sarà sicuramente soddisfatta di questa nuova "trovata". Perché risparmierà un sacco di soldi. (Qui da noi si pòle di' che...: "Si va a risparmià 'na balla di 'uarini!")



Per le macchine che ho isolato posso fornirvi depliants, caratteristiche e anche soluzioni economiche di gestione alla portata di tutti.

Non posso esporre qui, di seguito, tale materiale per i soliti motivi... (Chissà, quarcheduno se ne potrebbe avé a male e potrebbéno anco dammi fòo!)  Se mi scrivete vi mando tutto volentieri.

Mail:  consanitiziano@gmail.com


P.S.: Molti anni fa, ero un tecnico alle prime armi. Un dirigente aziendale, al quale avevo chiesto un aumento di stipendio, mi apostrofò dicendomi che riparavo troppo bene, facendo troppo l'interesse dei clienti. Mi consigliò, se avessi voluto veramente lo scatto economico richiesto, di usare meno il cacciavite e di più il martello. Mi licenziai poco dopo. Quel giorno pensai a lungo al mio teorema: "Il teorema del passatutto". Nessun editore ha mai avuto il coraggio di pubblicarlo. Eppure è solo una favola per bambini... Così, di recente me lo sono pubblicato da solo, in formato e-book e anche in doppia versione, tutto in uno, in lingua italiano/inglese. (Ho speso quasi zero! Fatelo anche voi.)

Chi volesse scaricarlo, può trovarlo qui:

IL TEOREMA DEL PASSATUTTO

TC


lunedì 21 marzo 2016

Tre giorni fuori porta





Erano poco più delle sette e quella mattina, Franco e Laura partivano, con la loro utilitaria a GPL, e si dirigevano da Calci, dove risiedevano, verso la direzione di Roma capitale. Lui saldatore specializzato in un cantiere domiciliato presso i Navicelli pisani e lei portalettere in servizio precario all'ufficio postale di Lari.  Entrambi coronavano il sogno sofferto per cinque anni. Sì, un lustro di tempo per permettersi il lusso di scappare dal solito tran tran quotidiano e fare una breve vacanza a poco più di trecento chilometri di distanza che, per loro, era equivalente a un espatrio fuori continente. 
"Laura in quale pensione hai prenotato, a Roma?", chiese Franco. La giovane donna, con  voce felice e tranquilla, rispose che il portale web consultato le aveva consigliato l'albergo Kinzica in piazza Garibaldi nella zona delle Mura Aurelie, che univa il buon prezzo della camera matrimoniale con il servizio di  mezza pensione inclusa. "Senti, ma i bimbi, così parcheggiati per tre giorni dai nonni, quando si sveglieranno e non ci troveranno, si spaventeranno?", aggiunse Laura rivolgendosi al suo uomo. "'Un ti sta' a preoccupà. Senza su' ma' e su' pa', vedrai com'ènno più contenti, quando si svegliano!" Tuonò Franco nel suo dialetto pisano e aggiunse: "Poi, noiartri si sta fòri tre giorni, mì'a tre mesi! Era tanto che si diceva e, dai dai, ci s'è fatta!" Laura lo guardò con ammirazione e rispetto e si rilassò, godendosi la tranquillità del viaggio. In poco più di tre ore, furono a destinazione.
Appena entrati nella città eterna, il piccolo e indispensabile Tom Tom cominciò con il suo incessante "Ora gira a dex, alla rotonda prendi la seconda uscita, poi gira a sinistra" e così via finché non fu chiaro che la destinazione era stata raggiunta.

Lo stupore si dipinse all'istante sulle facce di tutti e due. Mister Tom Tom li aveva fatti fermare nella parte finale di via Benedetto Croce. Sulla loro destra avevano i licei statali e in fondo alla strada c'era Piazza Garibaldi. Dalla parte opposta, avevano Piazza Guerrazzi. "O... che passata è, questa e' qui!" Disse Franco guardando fisso Laura. Poi aggiunse:  "Mi par d'èsse' nella mi' Pisa! Se, 'n su la piazza qui davanti, 'un ci fosse la pensione Kinzica 'n der mezzo, parrébbe d'èsse rimasti a casa! Si vede che noiartri, Pisa, 'un si pòle lascià. Lo vedi, Laura, ci viene drèto anco 'n sino a Roma. Se si va 'n San Pietro, allòra, ci sta anco di trovacci drento la Certosa di 'Arci!". A quel punto Laura, ci fece una risata e convenne che fosse bastato che non uscisse fuori qualche somiglianza di luogo con Lari, "sennò", si disse, "Bisognerà che consegni la posta anche qui!" e rise, fortemente e a lungo. A Franco piaceva molto la sua donna quando rideva così, la vedeva più bella e più desiderabile.

Parcheggiarono la macchina nel garage della pensione e, con pochi bagagli, si recarono al ricevimento porgendo all'impiegato la prenotazione web acquisita a prezzo super promozionale. La pensione Kinzica, a due stelle, si presentava molto bene e più che un albergo economico sembrava un grande Hotel a cinque o sei stelle. La sala d'accoglienza era enorme e alla ricezione dei clienti c'erano quattro persone, due donne e due uomini, molto gentili, che davano del signor e della signora a chiunque entrasse. Dopo le convenute registrazioni di routine, la coppia pisana, venne accompagnata da due fattorini in tenuta rossa e... tanto di croce bianca... nello stupore più completo, in un lussuoso appartamento con vista sul Tevere. 

Appena i fattorini furono usciti chiudendosi dietro la porta, Laura saltò sul letto esclamando "Da non credere! Uno schianto di camera! Bella, bella, e arribella!". "Lo pòi dì' forte!" aggiunse gridando Franco. "Guarda 'uà, che po' po' di lavorìo! Da la finestra, si vede anco la torre che pènde! Ma quello laggiù che scorre,  è 'r Tevere o l'Arno?". La donna disse al marito di smettere di scherzare e usando il suo modo solito che sapeva che cosa voleva, per un paio di ore, l'attenzione della coppia si concentrò su ben altre meraviglie della natura.

Erano ormai le cinque del pomeriggio e dopo il meritato riposo, mentre Laura si faceva una doccia calda per poi prepararsi ad uscire, Franco se ne uscì dall'appartamento per fare un giro veloce intorno al perimetro del Kinzica dove avevano alloggiato. Dopo poco meno di un quarto d'ora, l'uomo era di nuovo alla porta della camera numero sessantanove. Lo stesso numero di appartamento dove, alcune ore prima, i due fattorini accompagnatori, avevano accompagnato la coppia. Franco bussò alla porta per farsi aprire dalla moglie ma nessuno venne a farlo. Ribussò più volte. Niente e nessuna risposta dall'interno. Provò a girare la maniglia e la porta, che non era chiusa dal'interno, si aprì subito. Di nuovo, lo stupore, si dipinse sulla faccia di Franco.  L'appartamento bello non c'era più. Davanti a lui si presentò una piccola e malamente arredata cameretta e Laura, probabilmente, era sempre sotto la doccia. Infatti, nel medesimo frangente, la donna uscì dal bagno, vide Franco e dette un urlo da far paura. Ma non era Laura. Era un'anziana signora romana che, dallo spavento, urlava come una pazza. Franco uscì dalla camera correndo verso la portineria che era al piano terra, quasi volando le scale, in discesa, da quel quinto piano dove si trovava. Si presentò davanti al bancone della sala di ingresso e, agitato, rivolgendosi a tutti e quattro gli impiegati, disse loro che alla porta sessantanove, al posto dell'appartamento e della propria consorte, aveva trovato una cameretta con dentro una vecchia donna urlante. Una delle addette alla reception, sorridendo, e vedendo arrivare l'uomo dalla parte opposta della sala, gli spiegò che sicuramente era entrato nell'ala opposta, quella della zona economica dell'albergo dove risiedevano temporaneamente alcuni anziani del luogo senza dimora fissa e ospitati sotto retta del centro sociale, in attesa di una sistemazione adeguata alla loro condizione. Il numero della stanza non è altro che il novantasei che si è capovolto perché il nostro operaio non ha ancora rimesso uno dei due chiodini di fissaggio e, il numero, ruota liberamente su se stesso.
Chiarito l'equivoco, Franco torna, prendendo la direzione giusta, da Laura. Ma quest'ultima, nell'appartamento non c'è. "Sarà sortita a cercammi" si disse fra sé. Infatti, dopo pochi secondi, il suo smartphone comincia a vibrare e sul piccolo monitor compare la foto della sua Laura. "Ma dove sei finito? Son due ore che ti cerco!" esplose la giovane donna. "Rivo subito, son qui alla porta der sessantanove, perché son ito prima ar novantasei, ma s'era rigirato 'r numbero... 'Nsomma, te lo dì'o doppo, sennò, òra, perdo 'na giornata 'ntera per raccontatti 'r fatto! Dimmi 'n dove sièi che 'n du' balletti son lì da te!".  Franco tanto disse e tanto fece. In un minuto raggiunse Laura, alla porta d'ingresso della pensione Kinzica,  che aveva già in mano i biglietti della metropolitana per andare direttamente in Piazza San Pietro, in Vaticano. Per muoversi nella città usavano le indicazioni che il servizio mappe della compagnia telefonica forniva gratuitamente dal cellulare di Laura. Scesero alla fermata segnalata, uscirono dal tunnel della metropolitana, salirono i gradini della scala e davanti ai loro occhi si materializzò la grande piazza. Ma non era Piazza San Pietro, era Piazza dei Miracoli e c'era anche il solito turista a far finta di sorreggere il campanile pendente prima di farsi immortalare nell'assurda posizione. "Gao! Arrigao 'n antra vòrta e anco artre due o tre vòrte di seguito!" Disse Franco, mentre Laura lo fissava allibita dicendo: "Dai, Franco. Come hai fatto a farmi uno scherzo così, sembra tutto vero!" Ma la torre pisana rimaneva lì, davanti a loro insieme alla cattedrale e al suo battistero...
L'uomo ebbe solo il tempo di dire: "Te l'avevo detto io che dalla finestra del Kinzica, l'avevo vista, la torre. Ma te m'hai dato del bischero e poi hai voluto ruzzà...". I due non fecero in tempo a dirsi altro che... un urlo li destò entrambi, all'improvviso, senza che essi avessero il tempo di capire qualcosa.
"Babbooo! Mammaaa! Gigi m'ha detto che sono piccina e brutta! Gigi è cattivo! Diteglielo anche voi che è cattivo!..." In un baleno Matilde fu in mezzo a Franco e Laura, nel lettone matrimoniale, mentre la sveglia emetteva un incessante, fastidioso e intermittente"bip bip, bip bip, bip bip...".
Franco si alzò dal letto, si stirò bene e si recò nella cameretta dei bambini ad apostrofare Pavolino, come chiamava lui il figlioletto. Laura abbracciò la bambina rassicurandola con un "Ma che ti dice Paolo che è lui più piccolo di te di un anno. Vieni qui con me che ti racconto una storia bella bella. Sai dove eravamo, poco fa, io e babbo? Eravamo a Roma!" , "Allora hai visto quell'omino vestito di bianco che viene sempre alla televisione, mamma? Quello che chiami il papa?" chiese Matilde a Laura. "No, bimba mia bellissima. Ho visto la nostra  torre di Pisa e basta." "E poi?" insisté la bimba. "Poi,  è piombato qui nel lettone il mio dolcissimo terremoto di bimba!" e Laura si strinse a sé la piccola Matilde mentre un nodo di emozione le fece inumidire i grandi occhi neri.

Due ore più tardi, nei pressi del Castello di Lari, immerso nella campagna toscana, Laura cercava di recapitare una raccomandata, mentre il cane lupo da guardia le abbaiava contro dall'interno con fare minaccioso. Franco, in quel preciso momento, con il cannello acceso dell'ossido acetilene, se ne stava aggrappato a saldare sopra un'impalcatura sulla prua di uno yacht, in costruzione, fermo in un cantiere della darsena pisana. Entrambi pensando, ciascuno, a una certa Kinzica de' Sismondi... (*)


(*) Eroina pisana durante l'invasione saracena intorno all'anno 1004 o 1005 e che la leggenda pisana volle rappresentare con un frammento di altorilievo di una matrona romana, fuori luogo, se si pensa che l'opera sia stata stimata per appartenere al III secolo d.C.  

Se la nobile pisana Kinzica, che è il personaggio più importante, per Pisa, nella sfilata storica delle Repubbliche Marinare, fosse stata romana, allora può stare in piedi anche il sogno di Franco e Laura... O noe? Come si dice noiartri pisani!


Copyright Tiziano Consani  - marzo 2016
Ogni riproduzione è vietata senza il consenso scritto dell'autore.


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domenica 7 febbraio 2016

A Night with the Dead - (Fun read!)

A Night with the Dead


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Pordo lived in Tre Colli, he was a pastor and a smart joker. When he invented some of his funny stories he also created a fitting script, so for several years to follow, both in village plazas and homes, wherever there was a fireplace that gathered people, his pranks were know and told by almost everyone.

One evening in late August he went together with Jacopino (whose nickname was "Trombone"*, because on Friday he started drinking a jug of his wine, and boasted of having emptied it before it was over a week) to pay their last respect to a villager in the chapel of Castelmaggiore cemetery. This man was a Jacopino distant relative. At that time, when someone passed away it was customary to leave him in an open coffin, all night long, before he was buried the day after.

The locals didn’t like to go to cemetery at night. That’s why Pordo and Trombone volunteered to do a good deed. While the two companioned the deceased, they began to talk about this and that, until sky darkened and all around became black as the pitch Trombone used, for he was a cobbler.
Trombone was a good man, but not very smart, and he also had the misfortune of being stingy. So both because he was a miser and he was poor, to spare his shoes soles he filled them with well aligned steel nails. When he walked, he sounded like Tonino-the-carter’s mule, because of the noise of iron. However, the nails he put in his costumers’ soles were of soft iron: they lasted less, so shoes had to be resoled more frequently. But this was the maximum level his cunning could reach, and it did not go beyond.

«Jacopino - said Pordo to his friend - did you see that yellow fig tree beyond the wall of the cemetery? It is loaded with ripe figs! Why don’t you go there, for stretching your legs and eating a couple of good figs!»
«I can’t do it. It’s too dark over there!», replied his friend.
«Bloody hell! Have I to tell you everything? Take this candle for making light!», Pordo exclaimed, standing up straight and leaning with his back to the wall of the chapel, two meters far from the open coffin. Then he put the lighted lamp in the cobbler’s hand; Jacopino didn’t need to be told twice, took it and went to get those figs.
Pordo followed the flame out of the corner of his eye until he saw it no more. Quick and slippery as an eel, he took off the dead from the coffin and leaned the corpse against the wall, in the same spot where he was leaning before. Then, without thinking too much, he laid inside the coffin and waited quite and still for the return of his friend.

Trombone came back after fifteen minutes, his mouth still chewing, his waistcoat back pocket was of full of figs. The candle had been blown out by the wind, which got up in that moment; they heard thundering and sometimes lightning bleached the sky. Although he couldn’t see well and often stumbled, Jacopino came back to the chapel. Between a lighting and the other, while it was going to rain, as soon as he got inside he said to Pordo that those figs were good and sweet. He added that the day after he probably would have diarrhea, because he had eaten too much.

While talking, Trombone touched him. He was cold as ice, so Jacopino was terrified and jumped back in fright. He said two curses which darkened even more the sky, and could kill again all the dead buried in that cemetery. He shouted: «He's dead too! And now, what am I doing here all alone?»
His legs were shaking like leaves in the wind; that tremor greatly increased when a shaky and distant voice, that seemed to come from the underworld, said: «If he cannot eat those figs, give them to me!»
Have you ever seen a rocket, one of those shot during St. Ranieri’s festival fireworks, Pisa’s patron saint? Trombone ran out of the cemetery, like a donkey whose tail was on fire. It seemed he was wing-footed. He jumped all the steps outside the exit gate, and turned down the hill in a headlong rush. The nails under the shoes made sparks against the paved lane stones. He arrived like a comet in Piazza Verdi, with a trail of fire coming out from under his feet. Diarrhea did not wait the day after and it wasn’t provoked by the figs: The poor man was so scared he couldn’t even lower his pants. He was sick for several days, he wasn’t brought to Volterra’s madhouse for a hair’s breadth. The situation lasted until Pordo went to see him with a nice bottle of red wine made in Campo. He poured him a glass and while he was drinking, he told him everything. Trombone listened to him, then he stood up and tried to punch him ... but he did not hit him because he preferred to drink all the wine with Pordo. Then, completely drunk they fell asleep together, sitting on cane chairs, their head resting on the kitchen table ...

The story was told again and again, like many others, to have fun and spend winter evenings in front of fireplaces, or summer ones, under arbors or the starry sky full of fireflies.

The end

* Trombone comes from the verb “trombare”, which in Pisano, the dialect spoken in Pisa, means to pour wine from a container to another using a pipe, called “tromba”.

© Tiziano Consani (ebook - Narcissus.me P.C. - April 2014) Written in Pisano: “Le storie di Pòrdo”




All rights reserved. It is forbidden any kind of reproduction without prior written permission by the author.




giovedì 19 novembre 2015

La veglia 'on ir morto - (Una notte con il morto)


Questo racconto, a puntate,  è offerto in lettura gratuita da:






Da "Le storie di Pòrdo" di Tizano Consani

Racconto a puntate in vernacolo pisano con traduzione


La veglia 'on ir mòrto
(Una notte con il morto)



Pòrdo stava di 'asa a Treccolli e era 'n burlettone che quando ne 'nventava 'uarcheduna de le sue, per quarch'anno di seguito e anco parecchio più 'n là, ne le botteghe der paese e a le veglie 'n der canto der fòo, le su' trovate s'arraccontavano da sé: da tanto stavano 'n su la bocca di tutti.

Una sera di fin'ogosto, 'nsieme a Jaupino (ma lo chiamavan tutti "Trombone" di soprannome, perché onni venerdì si pigliava 'r tempo di mettéssi a trombà* 'na damigiana der su' vinello e s'avvantava d'avella risucchiata, a son di gozzate ar fiasco, prima 'he finisse la settimana), andónno 'nsieme a fa' l'utima veglia a 'n paesano ch'era 'mparentato, di 'uarta mandata, con Jaupino, drento la 'appella der camposanto di 'Astermaggiore: a quer tempo 'uando moriva 'uarcheduno usava lasciallo lì, a cassa aperta, tutta la notte, prima 'he fusse sotterrato 'r giorno doppo.



Traduzione
Pordo abitava a Tre Colli ed era un pastore astuto e burlone. Quando inventava qualcuna delle sue buffe storie ci creava intorno anche una calzante sceneggiatura, tanto che, per diversi anni a seguire, nei luoghi pubblici del paese e nelle case dove c'era un caminetto che raccoglieva persone accanto al fuoco, le sue marachelle si raccontavano quasi da sole, da tanto stavano sulla bocca dei più.



Una sera di fine agosto, insieme a Jacopino (ma lo chiamavano tutti "Trombone" di soprannome, perché ogni venerdì si prendeva il tempo di mettersi a trombare* una damigiana del suo vino e si vantava di averla svuotata, a forza di bevute al fiasco, prima che terminasse la settimana), andarono insieme a fare l'ultima compagnia ad un paesano che era parente, alla lontana, con Jacopino, dentro la cappella del cimitero di Castelmaggiore: a quel tempo quando qualcuno se ne andava a miglior vita, era consuetudine di lasciarlo lì, a bara aperta, tutta la notte, prima che fossse sepolto il giorno dopo.)



^ Trombà: infinito vernacolo del verbo "trombare" che, in questo caso, che è quello originario, significa travasare il vino da un recipiente a un altro utilizzando una canna, un tubo, ovvero una tromba (donde il verbo). Nel pisano il tubo è fissato a un’asta, in legno o canna, che ne impedisce il pescaggio del liquido dal fondo, ed evita l'intorbidimento del liquido, quasi sempre vino.


Fine prima puntata

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martedì 10 novembre 2015

La trota ammattonata


Questa storia è offerta, in lettura gratuita, da:





C'èra la nève e anco 'r diaccio. La trota era rimasta a la tesa, ar Doccione der vallino 'n sopra a Pirone e, 'un si sa come, s'era diacciàta col le pinne aperte a vento. La tesa 'un si vedeva e a la vista, la trota, pareva che volasse, ferma e bòna, 'n sopra ar doccio de la 'ascata der Doccione... Che volete vedé, e' livornesi 'ndavan tutti in sur Serra per toccà la nève col le mane e, uno di lòro, si fermo' a guardà la trota volante. Pareva matto. Più la guardava e più si dimenava. 'Un si sapeva 'apacità de la 'osa. Mi viènse detto che 'r pesce era 'na razza rara e che vieniva da la Valle der Diaccio e ch'èra 'na TROTA AMMATTONATA. Er livornese, vorpe, vòrse sapé 'n duv'era quer posto e, con Bandellino, si mando' per la salita cor tornante de la 'urvaccia diacciàta a cercà la Valle der Diaccio... Poi s'ando' a vede', drèto a lu', quer che combinava... Ci manco' pòo ch'un cascasse, 'on la macchina e tutto, nell'orto di Valerio. 'Un ci aveva nemmen le 'atene a le ròte... Allòra, noiartri, ni si dètte 'na mane a scende' da la macchina, ni si fece lascià lì ferma con le du' ròte di drèto fori dar ciglio e si mandó a piedi, col la neve, a Curminezza. Doppo du' òre si vidde ritornà, di sotto, da Tiricella e ci disse che le trote ammattonate 'un l'aveva viste. Si rimandò, a piedi, 'nfino ne la Vignaccia e s'aspetto' che ritornasse. E quello ci ritornó per davvero! Quando riapparì, sempre di sotto, da Tiricella, era viola da tanto s'era diacciàto e nero come la pece perché... 'Un era stato bòno a vedé le trote ammattonate de la Valle der Diaccio!!! Robba da storie di Pòrdo!!! Per noiartri pisani, 'r fatto che l'òmo grullo fusse livornese, fu come da fòo a la porvere da schiòppo e doventò, pròpio, come 'na bravata a la Pòrdo. 

E più che s'arraccontava, più la TROTA AMMATTONATA DE LA VALLE DER DIACCIO, doventava 'n pesce da stimà! 'Un mi vorrei sbaglià, ma poi, 'r figliòlo di Ghipino, ne fece una, la 'mbarzamó e la misse drento a la Certosa... O che ci sarà sempre anc'òra? Voiartri che dite? Si va a vedé se c'è?

TC





Ringraziano

martedì 3 novembre 2015

"Quelli" che parevan Pinco!







"Quelli" che parevan Pinco!
(Da un'idea di Emilio Colombini)



(Tante vòrte, qui 'n paese s'è sentito di': "Bisogna fa' come Quelli!" O chi ènno questi 'Uelli"? Cosa vòle di' er detto? Si pòle di' che quand'abbisogna fa' orecchi da mercante, quand'abbisogna fa' finta che le 'òse che vanno male vadino a fagiolo l'istesso, si dovrebbe di' che si fa come "quelli che parevan Pinco". Ma per fa' prima a dillo s'abbrevia 'r tutto e si dice che bisogna fa' come "Quelli", e basta. Così sèmo a posto, "Quelli" doventa 'n nome pròpio di persona e chi ha 'nteso ha 'nteso e chi 'un ha 'nteso rimane lì come 'n bischero a chiedessi se "Quelli" ènno tanti o se, 'nvece, è uno solo. E tutti 'un sanno nulla di "Pinco" che,  ortre a èsse' 'r pezzo che manca è quello che conta di più...
Qui, 'n tra Lucca e Pisa, e parecchio ner treccollese, si dice che pare "Pinco" uno che se si trova 'n muro davanti, lo scavarca senza pensacci su nemmeno 'n menuto. Che se 'r muro è arto, 'n du' balletti, trova l'istesso 'r sistema di sartà da l'artra parte. Uno che se trova 'na fossa 'n su la via, la sarta ar volo e, se 'un ce la fa subito cor un sarto solo, si fa subito 'n ponte, da sé, così, lì per lì e, sempre 'n du balletti, è già di là. Sempre Pinco è  anco uno che, se 'n grottone di verrùano vienisse giù dar cielo, 'un si sa come, e poi ni 'ascasse guasi addosso e di struscio ni 'mporverisse e' 'arzoni, tutt'ar più, 'n der mentre 'ontinua a caminà per la su' via, si pòle da' 'na menata per fa' da sgrullo, quer tanto da potessi scote' 'n po' po' la porvere di dosso e basta. Senza scompossi.).



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Quella domenìa di doppo desinà, viènse giù 'n po' po' d'acquazzone che pareva che cascasse 'r mondo. L'Ardio, ch'era 'n sopra ar circolo di 'Astermaggiore, 'ncomominció a traboccà perché 'un ce la faceva più a riceve' acqua . Pordino, senza 'r paracqua, era 'on Ghipino, 'r su' figliolo, misso a cavallino 'n su le spalle. Tutteddue parevan Pinco, da tanto ne ne poteva 'mportà di meno se pioveva a quer modo e' lì. Piano piano, co' piedi a 'nzaccherà 'n ne la mòta che correva per la via, Pordino 'aminava 'n discesa e Ghipino ruzzava a provà di scansà li schizzi 'on la chiòrba. 'N der mentre 'he lo faceva, 'r bimbetto, si sbellìava dar ride'. Rivonno ar circolino e spalanconno l'uscio. Tutti 'uelli 'he c'eran drento, appena li videno entrà fradici a quer modo lì, feceno 'n sarto all'indrèto per 'un bagnassi e per 'un fassi schizzà di rintèrso. Pordino fece scende' 'r bimbetto di 'n su le spalle e, senza nemmeno sgrullassi tutta l'acqua ch'aveva addosso, si misse a sedé 'n su la seggiula 'mpagliata, sempre vòta, ch'era davanti a Radicchio. Accanto a lu' c'eran, da la parte diritta, Sarrocco, e da quella mancina, er Matraini (brutto, 'ome la fame, più der solito e che, più brutto ch'ha quella maniera lì, quer giorno, 'un poteva èsse'.) Ghipino, sgusció giù come l'anguille, da tanto era mézzo e scivoloso e 'ndètte subito a ruzzà con Rantacchio, 'r figliolo di Radicchio. Si misseno, tutteddue, que' rabacchiòtti, a piglià a pedate 'n de li stinchi tutti e' bimbetti più grandicelli di lòro e ch'eran lì bòni bòni a sta' a sentì tutte le bravate ch'arraccontava 'r vecchio Pòrdo a veglia. Pòrdo era 'r babbo di Pordino e 'r nonno di Ghipino. Quando e' due entronno, l'unì'a 'osa che disse Pòrdo a voce arta e poi si 'hetó subito, fu quella di di' che, òra, la veglia era finita perché era rivato l'esercito cor principe e 'r principino e 'un si sarebbe sarvato più nimo. Sicché, l'unì'a 'òsa bòna da fa', sarebbe stata 'uella di rintacchiassi 'n der canto der fòo a attizzà e' 'arboni per 'un fanni piglià l'infreddatura.

Doppo meno di du' menuti che Ghipino e su pa' eran rivati, e' bimbetti più grandi piangevan tutti e que' du rospetti, più piccini, ridevan come matti. Ar tavulo delle 'arte, 'n duve s'èra misso Pordino, 'nsieme a quell'antri tre, c'era 'n ché di zittume, da tomba. Gioàvano a tressètti e 'r Matraini aveva strusciato tre trei! 'N der mentre che l'òmo strusciava le 'arte, s'era accigliato tutto e era diventato più brutto di 'uello che era. Tanto che Ghipino, che prima ruzzava e rideva guasi cor bellìo 'n mano, quando lo vidde a quer modo lì, da la paura, si misse a frignà e 'uni smetteva più. Rantacchio si misse a urlà a su' pa': "Babbooo! Babbooo! Mi 'ompri le semeee!" Radicchio sentì bene quer che ni diceva 'r su' figliolo ma, attento all'ammicchi de le 'arte che ni mandava Pordino, 'un disse nulla. Er bimbetto 'ontinuó 'n sino a che 'r Gobbo, ch'era lì a béssi 'n poncino, ni disse a tòno: " E' comprani le seme, ar tu' figliolo e falla finita!". A quer punto, Radicchio scostó le palle del l'occhi da le 'arte e ni disse: "'Un è mì'a per le seme, è che, doppo, ni viene sete!" Er Matraini, a quer sentì di', si misse a ride' 'nsieme a tutti 'uelli ch'erano drento ar circolo, e 'n der mentre 'he rideva, a bocca spalancata, con du' o tre denti e basta che n'eran rimasti sardi, ni viènse fatto di girà, 'n po' po' la mane. Fatto sta che le 'arte che reggeva funno a portata d'occhi di Pordino.
A quer fa', svèrto, 'r figliolo di Pòrdo, di sbircio, s'accorse che ar posto de' tre trei, quello, e' ci aveva tre assi. Sicché cor due 'he teneva 'n mano, dètte 'n ammicco a Radicchio e, di seonda mane, 'nsieme, mangionno la passata der giòo ar Matraini che ci rimase di stucco, senza nemmen capì com'aveva fatto a perde' la partita e senza poté tirà fòri, con quarcheduno de su' giòi sudici e tre trei senza fasséne accorge' a nimo...

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La scommessa, Pordino l'aveva già studiata ar tavulino di 'ucina di 'asa sua e per rifinilla, quer giorno, 'un s'era nemmeno accorto 'he piovesse e nemmeno s'era figurato 'n der ceppiòne la broncopormonite ch'avrebbe pigliato 'r su' bimbetto, a fallo bagnà a quer modo, senza, poi, nemmeno, fall'asciugà ammodino...
Pordino spostó la seggiula 'n duv'era a sedé co' 'n piede e cor un sarto montó 'n sur tavulino 'n duve prima ruzzava a carte 'on l'amici. Poi, a voce arta, si misse a guardà Sarrocco e a chiacchierà cor Matraini : "Te! Matraini! Stammi bene a sentì! Lo vedi?! 'Un ti posso nemmen guardà da tanto sièi brutto. Metti paura anco a Ghipino che 'un ha paura nemmen der ghiavulo e der Linchetto! Però óggi ti voglio fa' 'n bèr piacé'! Ti voglio trovà moglie! Sennò, da te, solo, l'hai belle trovata 'na donna 'he ti pigli!" . Tutti eran rimasti a bocca spalancata da la maraviglia. Pòrdo, disperato, s'era misso la chiòrba 'n tra le mano e, anco e' bimbetti, che sino a quer momento 'un s'erano fermati 'n poìno, stavan tutti zitti e bòni a sedé 'n su la pavimentazione di mattoni tinti e 'ncerati di rosso. Tutti stavano a sentì quer che urlava Pòrdino, montato e misso lì 'n su 'r tavulino, lungo e sdutto 'ome 'no stollo da pagliaio. "Te, caro Matraini devi 'ndà, subito, òra, anco se vien giù 'r mondo da tanto diluvia, 'n cima a Curminezza, alla 'apanna de lo Zoppo, a Treccolli. Lì, ci trovi, a 'spettatti, Caròla, la pastora, la figliola di Bèrto, lo zoppo, quello ch'è rimasto vedovo e che sta nell'utima 'asa che è 'n de la Valle der Diaccio! Te lo sai 'omè bella! Che po' po' di figliola e biondona ch'è Carola! Quando piove, le' si rinchiude 'n capanna a 'spettà che smetti e 'n der frattempo canta 'na 'anzone che ti garberà di siùro! Vai, vacci subito, ch'è 'r momento bòno! Che più di 'osì, 'un pòle piòve'! "



Er Matraini 'un se lo fece ridì du' vòrte. 'Un piglió nemmen 'n paracqua per 'un bagnassi. Diritto 'ome 'n fuso, 'n du' balletti, a piedi, fece la salita de la Piazza, passó davanti a Elice senza fiatà, poi tiró su dar camposanto di 'Astermaggiore, continuó per la via della 'Asetta 'n sino a la Fellònìa e, 'n pòo più d'un quarto d'òra, cor fiatone grosso dall'indà a passo lèsto, rivó a la 'apanna, mézzo 'ome 'n muggine di Portammare.

Carola c'era drento che cantava, pròpio com'aveva ditto Pordino. Er Matraini si misse a sentì quer che diceva la bella ragazzotta e rimase di sasso. Quer che sentìnno e' su' 'recchi faceva più o meno 'osì: "Zittella, zittellina e zittellona 'un voglio rimané, quand'anco 'osì fusse 'r Matraini mi potrei tené! Zittella, zittellina e zittellona 'un voglio rimané, quand'anco 'osì fusse cor Matraini mi vorrei vedé! Se òra òra 'r Matraini entrasse 'n capanna 'ui con me, faccio voto ar Sant' Iddio che me lo facci subito tené!"





Lo volete vede' voiartri quell'òmo che sentì quer che cantava Carola? Svèrto 'ome 'na saetta spalancó l'uscio della 'apanna e ci si buttó drento. Carola, che cantava spensierata, 'r Matraini lo rammentava, ner su' cantà, tanto per giuppà ma, per davvero, 'un l'aveva mì'a mai visto. Pigliata di sorpresa, ner vedé quell'òmo brutto che 'un sapeva 'hi fusse, che a quer modo che ni si paró davanti pareva ni volesse fa' delle 'osacce, agguantó la bresciana ch'era lì appoggiata ar muro, a portata di mane ,e ni zeppó 'na palata 'n su la chiòrba con tutta la forza ch'aveva ne' bracci. Cor un córpo solo, 'r Matraini, fu belle tramortito e steso per la terra. La bella pastorina scappó subito e corse da su' pa' a chiede' aiuto. Bèrto rivó a zoppetto ma lesto e quando vidde 'r Matraini a sedé 'n tra 'r fieno che si reggeva la chiòrba, frignava 'ome 'n bimbetto e diceva di vedé 'n angiola bionda che ni dava le palate 'n sur ceppì'one, ci si misse a ride' da sbellìassi. Carola, ch'era dietro a su' pa', e' 'un capiva perché quello ridesse 'osì da piegassi 'n due. Allòra Bèrto disse a Caròla che quello era... 'r Matraini... La bella pastorina doventó tutta rossa e, da quella vòrta, smisse di 'antà la su' filastrocca. La bimbotta aveva pigliato 'uell'abitudine di 'antà perché su' pa', per ischerzo, ni diceva sempre che da tanto era viensuta bella, 'un 'navrebbe fatto nemmen piglià marito e che tutt'ar più, se pròpio si fusse vorsuta sposà, n'avrebbe fatto piglià 'r Matraini. Tanto brutto 'ome'era, era siùro che la su' figliòla 'un l'avrebbe 'onsiderato nemmen di struscio.



La storia però rimase 'n su la bocca di tutti, come la brescianata lasció l'impronta a vita 'n su la chiòrba der Matraini. Siché da quer giorno, tutte le ragazzotte 'arcesane da marito, belle e meno belle che fusséno, ònni tanto, si mettevano a cantà la filastrocca di Carola. Cosìcché, 'r Matraini, brutto e 'ngaboiatore, dovette rimané, per sempre e anc'óggi, quello che per sentita di di', avrebbe dovuto sposà tutte le donne der paese, giovane o meno giovane, prima der fatto che quelle potesséno doventà zittelle! La 'apanna der fattaccio, doventó prima, la 'apanna di Bèrto, lo zoppo e, doppo, per sempre, la "Apanna de lo Zoppo".



C'è rimasto da sapé quer che successe ar circolo doppo che 'r Matraini andó via a corsa a cercà Carola, der ride' e der ruzzà 'n sur fatto de la scommessa fra Pordino e Radicchio, de le seme che 'ngozzó Rantacchio e anco de la broncopormonite che si beccó Ghipino. Pressappòo le 'ose andonno 'osì:


Pordino, quarche giorno prima, s'era trovato con Radicchio e, 'nsieme, avevano scommesso di fa' 'no scherzo ar Matraini, perché quando gioàva a carte aveva 'r vizio di 'ngaboià le 'ose. Ma l'òmo era furbo, perché le 'arte, le teneva 'n mane 'n 'na maniera che, anco quelli ch'eran d'intorno a guardà 'r gioà, 'un s'accorgevan di niente l'istesso. Radicchio stava sempre zitto ma quando chiacchierava, quer pòo 'he diceva, faceva sganascià dar ride' tutti. Anco 'r Matraini, sempre 'ngrugnito da 'èsse' sempre più brutto di quer che era brutto per davvero, ònni tanto si metteva a ride' anco lu'. Pordino fece la scommessa con Radicchio che se faceva ride' l'òmo brutto 'n der mentre che facevan la partita a carte, ci stava che quello perdesse 'r su' momento fermo e scoprisse 'n po' le 'arte. Quer pòo da poté cambià la mane de la partita. Se Pordino fusse stato bòno a agguantà 'r giòo sudicio, di 'uell'antro, avrebbe pagato 'r bé a Radicchio e anco e' ciuccini der figliolo di 'uello, Rantacchio. Sicché, l'òmo, quando 'apì che 'r giòo di Pordino sarébbe ito a bòn fine, er chiede' le seme der su' figliolo, cascó a fagiolo. Le seme a Rantacchio ne le 'ompró Pordino e, doppo, ni toccó pagà anco 'na damigiana di spuma che a' bimbetti ni toccó béssi per spenge' 'r fòo, der mezzo 'hilo di sale che Radicchio aveva misso prima drento 'r barattulo di seme secche di zucca ch'eran sur bancone der dispensiere. Tanto lo sapeva che ar su figliolo ni piacevan le seme! Ecco perché disse: "'Un è mìa per le seme, è che, doppo, ni viene sete!". Ghipino a vedé 'r su' amìo mangià le seme, che volete vedé. Le vòrse anco lu'. Sicché, doppo, l'unìa maniera per falli smette' tutteddue di bé spuma, fu quella di mettelli 'nsieme, fòri, sott'all'acqua che vieniva giù dar cielo. Ghipino, che s'era già bagnato prima, per rivà lì, si ribagnó anco doppo e rivó a casa co' 'n febbrone da cavallo. Romelia, la moglie di Pordino, a vedé 'r su' pucino mézzo a quer modo e sudà diaccio da la febbre, senza pensacci nemmeno 'n gocciolino, stioccó subito 'n man rovescio 'n ghigna ar marito. Poi levó e' panni fradici ar bimbetto, l'asciugó ammodino, lo misse 'n quarto d'òra davanti ar camino acceso, lo rivestì bell'asciutto e con 'n urlaccio mandò Pordino da Zaira, l'infermiera, per fanni chiamà 'r Deangeli, 'r dottore der paese. Per cercà di rimedià 'r misfatto. 'R dottore, 'n quella nottata, anco s'era 'n freddo 'ane e pioveva sempre di brutto,  viènse subito cor su' Galletto, che, anco lu', pareva Pinco. Ci scese guasi a corsa, rivò 'n casa di Pordino e Romelia, arzó la maglia di Ghipino e misse la chiòrba pelata e diaccia 'n sur groppone der bimbetto da fanni venì e' brividi di freddo e, col l'orecchio a contatto 'on la pelle, guardò prima su' pa', der ragazzetto, scosse la testa, poi si giró verso Romelia e ni disse ch'era 'n lavorone, perché 'r figliolo aveva pigliato la broncopormonite... Lo portonno a l'ospidale di Navacchio cor calesse tirato dar ciuo di Tonino 'r barrocciaio. Da tanto vieniva giù 'r mondo, 'r calesse, sarebbe potuto anco scende' giù senza la beschia da traino, come 'na barca. 'n tra le 'ure 'ncassate dar bimbetto e l'arraccomandassi a la Madonna de le Grazie di Treccolli, Ghipino, 'n meno d'una settimana, pigliava già a pedate ne li stinchi tutti e' dottori, l'infermieri, tirava su le toghe a le sòre e ni c'entrava anco sotto. Doventó di vèrso 'ome su' pa' e 'r su' nonno quando, da ragazzotto, con la scusa d'èsse' amìo de li scarpellini di Verrù'a, li 'onvinse a fassi da' 'na macina di scarto e portalla 'n sino a Sarrossore. Quella macina che òra, a nostri giorni, è stata missa 'n piazza di Treccolli, davanti a lo scorcio di 'uella bella visuale che fa vedé la Vargraziosa 'arcesana, la piana pisana dell'Arno, tutta Livorno e, quando l'aria è bella limpida e 'r vento spinge da Lucca, anco la Còrsì'a! 



Chi 'un sa la storia de la macina, me la pòle chiede' e ne la mando pròpio con piacé'! Sennò, come tutti 'uelli che parevan Pinco, potete tirà a diritto e, de la macina e di 'hi l'ha fatta rivà fin lì e ce la missa, vi pòle 'mportà di meno. 

Però guardate arméno 'r paesaggio! Che 'un c'è pittore ar mondo che possa fallo dipinto più bello di 'osì! 





TC


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